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Exodus – la recensione

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La dedica finale al fratello Tony (recentemente suicidatosi) è forse il momento più autentico e forte dell’ennesima prova cinematografica di Ridley Scott, un grandissimo del cinema del Novecento che ormai da un pezzo non fa che sfornare pellicole inguardabili, che omaggia il sangue del suo sangue con una storia di scontro inesorabile tra due uomini cresciuti come fratelli.

Questa rivisitazione della storia di Mosé (intepretato dal caucasico Christian Bale), da principe d’Egitto e fratello di Ramses a generale del popolo ebraico in fuga dal paese dei Faraoni, voleva essere nelle intenzioni un ritratto moderno, laico e ambiguo di un uomo sempre in bilico tra contatto con il divino e nevrosi dovute a una commozione celebrale. Sono piaghe o sventure naturali scientificamente spiegabili? Mosè conversa con Dio o con il proprio subconscio, è un profeta o un folle?
Il problema è che il film è troppo lungo, noioso e calcato con malagrazia per vivere sulla sottile ambiguità delle sue premesse, appesantito da una sceneggiatura in cui sono intervenuti in troppi, da un 3D mal fatto, da delle musiche stereotipate quasi quanto la sua rappresentazione dell’Egitto antico, tutta corsetti d’oro, serpenti ed eyeliner a fiumi.

Prima ancora che essere controverso, Exodus è pedante e mortalmente noioso, un po’ come lo era stato “Le Crociate”, tanto che non vale nemmeno la pena inoltrarsi nel ginepraio di polemiche sul suo presunto sionismo o sulla blasfemia della rappresentazione del divino. Andarlo a vedere è già un gran bel castigo, per fedeli e miscredenti.

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