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Il Club – la recensione

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In un piccolo paese marittimo nei luoghi più impervi del Cile c’è una casa gialla. Al suo interno vivono un gruppo di anziani preti e una suora che fa loro da guardiana e badante. Pregano insieme, cantano insieme, mangiano e vivono spartanamente in questa sorta di pensionato per ecclesiastici, seguendo specifiche regole che vietano rapporti con la cittadina e il denaro. La casa gialla però non è un ritrovo, bensì un rifugio, dove le gerarchie ecclesiastiche hanno più o meno allontanato e nascosto personaggi scomodi; in larga maggioranza si tratta di violentatori, in alcuni casi di pedofili.

Tratto da una realtà dolorosa con cui sta facendo i conti il Cile, El Club condivide la tematica di Spotlight ma ha una forza narrativa, una tinta gialla così mordente da stemperare il grigiore della controparte americana. Non c’è esibizione del lato oscuro, la durezza del film deriva dal suo approccio – una sorta di commedia a tinte foschissime – e dal suo interesse principale, uno studio dell’anima nera dei protagonisti. Ho amato moltissimo questo film, che oltre il tema importante scava dentro l’anima umana di un gruppo di persone spregevoli come fanno i grandi romanzi degli autori russi. Lo fa inoltre sfruttando appieno la cinematografia in chiave autoriale e visiva. Lo fa mettendo insieme un cast assolutamente strepitoso, il meglio del meglio del cinema sudamericano, tra cui figura un gigantesco Alfredo Castro.
Insomma, a meno che temiate la tematica, questo è un grandioso film da vedere assolutamente.

Il Club sarà nei cinema italiani a partire dal 25 febbraio.

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