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Il Libro della Giungla – la recensione

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Il piccolo orfano Mowgli, rimasto solo nella giungla, viene salvato da una pantera di nome Bagheera e affidato a un branco di lupi che si occuperà del suo benessere. Dopo una terribile siccità, una feroce tigre torna nella giungla, scopre il bambino e dichiara guerra ai lupi e agli amici di Mowgli, che vuole uccidere per ristabilire l’equilibrio all’interno della foresta.

Il punto di partenza del remake del 2016 di Jon Favreau è il lungometraggio Disney del 1976 diretto da Wolfgang Reitherman, anche se in realtà percorrendo una strada simile il film comunica al pubblico un messaggio contemporaneo ed antitetico al suo predecessore.
A differenza dello spensierato film animato ma senza mai abbandonare la rassicurante atmosfera per famiglie che è il vero marchio di fabbrica che unisce vecchia e nuova Disney, Il Libro della Giungla ha come habitat una foresta in cui è palpabile il pericolo e la difficoltà, in cui la lotta per la sopravvivenza di sé, del branco e della specie vengono prima delle canzoni e dei siparietti comici. Il film del 2016 inoltre dà ragione a Mowgli, che sente di appartenere alla giungla e che deve solo imparare a vivere in essa esprimendo la sua natura umana (l’utilizzo di utensili e la costruzione di strumenti, bollati dai lupi come “trucchi”) senza però contravvenirne le leggi interne.

Peccato che il suo piccolo interprete non sia all’altezza del resto della pellicola e in particolare alla sua stupefacente realizzazione tecnica per quanto riguarda i protagonisti animali. Soddisfacente invece è il doppiaggio italiano, con le voci tra gli altri di Neri Marcorè, Giancarlo Magalli e Toni Servillo.

Il Libro della Giungla sarà nei cinema a partire dal 14 aprile.

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