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The Danish Girl – la recensione

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Tom Hopper torna a racontare una storia vera d’inizio Novecento, quella pioneristica di una coppia di pittori danesi in cui lui, a disagio con il proprio sé esteriore, decide di tirare fuori la donna che sente di essere interiormente, con l’appoggio e il supporto della moglie in cerca di affermazione. Una strada alla (ri)scoperta di sé con tragiche conseguenze personali e familiari.

Il regista Tom Hopper miete nomination agli Oscar ma macina l’odio dei cinefili. Il suo storytelling è rimasto agli anni ’90, con il metodo biopic dall’inizio alla fine della vita tragica di un personaggio assolutamente protagonista, a cui bisogna asservire il resto del film, facendoglielo girare tutto attorno, sacrificandogli tutto il resto, anche un tentativo di posizione mediata rispetto alla figura in esame, che dovrebbe essere colta più che giustificata nei suoi pregi e difetti. Eddie Redmayne è lo splendido, efebico corpo prestato alla causa, così assorbito in questo sistema che pare aver esaurito con questa interpretazione tutto il riconoscimento e la stima che si era guadagnato con un ruolo in fondo simile, quello de La Teoria del Tutto, ma gestito in maniera più raffinata e scaltra. Appunto.

Per fortuna un singulto di involontaria modernità lo porta Alicia Vikander, l’attrice straniera di cui Hollywood ha sapientemente orchestrato la consacrazione nel 2015, con buone possibilità di suggellare il suo ingresso nell’olimpo statunitense con un Oscar. Si mangia letteralmente la scena per bellezza e bravura, in una delle interpretazioni più memorabili della sua già nutrita carriera.

The Danish Girl
sarà nelle sale a partire dal 18 febbraio.

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