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Vizio di Forma – la recensione

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Negli Stati Uniti hippie tutti miniabiti e capelli lunghi, Larry “doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato passato dalle imperversanti droghi pesanti a fumi e consigli più miti, almeno fino a quanto il suo amore mai dimenticato Shasta torna da lui con una richiesta che gli spezzerà il cuore.

La donna della sua vita gli chiede di aiutare l’uomo che ama, un’immobiliarista contro cui si sta tessendo un complotto volto a toglierlo di mezzo. Infelice, su di giri ma non privo di acume e romanticismo, il protagonista di questo divertito noir anni ’70 finirà in una storia più grande di lui che coinvolge il traffico degli stupefacenti, la mala cinese, le speculazioni edilizie, l’FBI e l’amico e nemico di sempre, il poliziotto Big Foot (Josh Brolin).

Paul Thomas Anderson torna sul grande schermo con un’altra magnifica prova, un film lunghissimo, complesso e psichedelico che si rivela essere innanzitutto una grande, disperata storia d’amore, quella tra un uomo che non sa dire di no a una donna che non gli nasconde di non amarlo più ma che è sempre pronta a sfrutta la sua debolezza per i propri fini.

Il materiale di partenza a firma Thomas Pynchon è strepitoso, ma Anderson riesce a rendere la scrittura complessa, febbrile, intrisa di sentimenti striscianti e paranoie dell’era degli yuppie e delle droghe facili con un tocco psichedelico e a tratti geniale. Joaquin Phoenix, suo collaboratore di vecchia data, fa il resto, ed è davvero impossibile non struggersi per e con lui.

Consigliatissimo.

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