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Room – la recensione

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Una ventenne e il suo figlioletto vivono in una piccola stanzetta squallida, con un lucernario come unico punto di contatto con il cielo e il mondo. Un uomo, Old Nick, fa visita loro ogni sera, portando cibarie e qualche genere di prima necessità. Jack però rimane sempre nascosto nell’armadio, tentando di svelare il mistero della Stanza e dei magici poteri dell’uomo, di cui non comprende appieno neppure il rapporto con Ma, la sua mamma. La giovane gli ha insegnato tutto quello che sa della Stanza, ma presto per Jack arriverà il momento di farsi delle domande su cosa ci sia al suo esterno, oltre invalicabile porta.

Il film cresce e si sostenta dell’enorme contributo di Brie Larson che, guidata dal suo istinto interpretativo, tira fuori una performance naturale, quanto più possibile realistica, che le è valsa un’Oscar. Bisogna riconoscere che viene aiutata dal piccolo coprotagonista Jacob Tremblay, tanto in gamba nel recitare al suo fianco che in molti lo avrebbero visto di buon occhio una sua nomination.
Come non ricordare poi l’ottima regia di Lenny Abrahamson, capace di destreggiarsi negli spazi ridottissimi della Stanza, e la sceneggiatura di Emma Donoghue, autrice del libro trasformatasi in sceneggiatrice dell’adattamento? Insomma, un gruppo di grande talento che ha saputo elevare una pellicola così drammatica ben oltre la soglia dell’ovvietà.

Room sarà nei cinema italiani a partire dal 3 marzo 2016

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